La città di Uber

Carlos, residente nella favela di Rosinha:

“C’è differenza tra violenza e crimine. La violenza è quella che dai, il crimine è quello che ricevi. Questa è Rio de Janeiro.“

La violenza dell’aggressivo sistema economico neo-liberista.
La violenza di uno Stato che non finanzia scuola e cultura ma sistemi repressivi e di controllo.
La violenza delle multinazionali che si appropriano delle innumerevoli risorse locali.
La violenza dei narcotrafficanti che con le loro ville, armati fino ai denti, tengono in scacco intere generazioni di ragazzini disposti a tutto per un paio di scarpe Nike ai piedi.
La violenza dei monopoli mediatici con i loro modelli di comportamenti indotti, i miti, il falso riscatto sociale. Calciatori, rapper, narcos, le cui voci riecheggiano nelle strade e nei quartieri.
La violenza della cultura popolare. Una gabbia culturale, spesso sessista, che non permette nessun tipo di sperimentazione, che impone senza lasciare spazio all’immaginazione.

La risposta è il crimine. Una criminalità diffusa. Assalti con pistola. Scippi. Rapimenti. Scontri tra narcotrafficanti. Polizia Militare. Milizie paramilitari. Strade pericolose. Quartieri inaccessibili.

Si viaggia in Uber, più economico e sicuro del taxi. Si va a fare la spesa in Uber. Si torna da una serata in Uber. Si aspetta Uber in casa, facendo capolino dalla porta. Cancelli, filo spinato, codici di accesso, telecamere, portieri, guardie armate, vedette dei narcos, cani da guardia, ognuno nella sua Gates Community dorata o povera che sia. Regole non scritte dettano la vita quotidiana. Si esce con il cellulare nascosto. Si cammina veloce. Si esce in gruppo. Si evitano le bocche di fumo.

Di giorno e non nei fine settimana in Centro. Mai in spiaggia a Copacabana di sera. Meglio la metropolitana che l’autobus. Samba, Forrò, Choro, Funk carioca, suonati agli angoli delle strade della Lapa; grill familiari e chiassosi, la domenica, sotto le poderose palme del lungomare; venditori di chincaglierie a Gloria che dormono per strada; transessuali che cantano e ballano canzoni popolari della TV per pochi spiccioli a Catete; piccoli bar e ristoranti a Botofogo; venditori ambulanti con carretti tirati da vecchie biciclette che vendono bibite rinfrescanti; donne e uomini di servizio che tutti i giorni scendono dalle favelas con autobus sgangherati per lavorare negli alberghi di lusso; bicheiros agli angoli delle strade che dettano i ritmi della giornata con numeri e animali (jogo do bicho - animal game).

Una città in fermento che sembra esorcizzare la paura.

Una umanità complessa. Traiettorie che si sfiorano. Vite alla ricerca di ritagli di sicurezza in una insicurezza costante che si nasconde nella normalità. 

Una città che ghettizza, esclude. Esclude i poveri dai servizi primari, istruzione, sanità, accesso all’acqua…, esclude i ricchi che si muovono in auto di lusso con vetri oscurati, ma esclude anche la classe media e medio bassa. 

Odio, razzismo, violenza sembrerebbero le parole chiave di lettura della città. Ogni speranza di riscatto è relegata ad azioni personali. Marielle Franco, favelada, donna, lesbica, nera, consigliera comunale, che si batteva per i diritti civili delle persone più povere, che denunciava gli abusi degli apparati militari, è stata ammazzata brutalmente da un commando in pieno centro. Una democrazia bianca, repressiva.

La banalità della violenza, la semplicità del crimine, la complessità dei diritti.

Marielle Franco_JP
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